Milano è una selva oscuraa cura di
Stefano Mola
22 lug 2010
Titolo: Milano è una selva oscura
Autore: Laura Pariani
Casa editrice: Einaudi
Prezzo: € 19,00
Pagine: 184


parianiIl romanzo con cui Laura Pariani è nella cinquina dei finalisti al Premio Campiello 2010 racconta la Milano del 1969 attraverso i cinque sensi di Dante, ex soldato, ex emigrato in Argentina, ex marito, ex gestore di una libreria antiquaria, ex carcerato, finito dietro le sbarre perché su una bancarella di libri c’erano delle riviste per i tempi un po’ osé.

Ex poeta, anche, avendo pubblicato una piccola raccolta di versi; e attualmente, barbone. Lo seguiamo nei suoi vagabondaggi fisici per la periferia, lo sentiamo chinarsi faticosamente a raccogliere una cicca, assaporare la breve euforia d’un bicchiere di bianco, e veniamo impregnati dagli odori, dal freddo o dal calore, lasciamo con lui scivolare lo sguardo su operai, studenti, sciure, impiegati, amanti. Milano, quella Milano, ci viene addosso con tutti e cinque i sensi, con la prospettiva aspra dell’invettiva e con quella agrodolce del ricordo.

E in mezzo a quella Milano, poco alla volta, sfruttando i pretesti degli incontri quotidiani, Dante ci racconta anche la sua vita, per frammenti, perché la memoria del Dante è un groviglio indurito: i suoi fili non sono più carne sangue, ma brume di immagini sbiadite. Una vita iniziata con un abbandono - Dante non conosce i suoi genitori – in quel 1889 che rimane nella storia per le cannonate di Bava Beccaris.

Anche da questi brevi cenni non è difficile capire che la struttura del libro, al di là del linguaggio petrosamente meneghino (spesso tra le righe affiora il dialetto), è raffinatamente complessa, anche se (ed è questo uno dei meriti della Pariani) non prevaricante.

Questo Dante si aggira per una selva oscura senza guida, se non quella dei sensi e dei ricordi. Il suo tempo è scandito dalle quattro stagioni, e ogni stagione in movimenti, proprio come quelle di Vivaldi (che la scrittrice ricorda come colonna sonora nelle note conclusive). Un Dante senza Virgilio, poeticamente petroso, che compie l’arco del suo viaggio-vita non tra stelle e stelle, ma tra due esplosioni. Se a tenerlo a battesimo è stato Bava Beccaris, i suoi occhi si chiudono invece intorno alla strage di Piazza Fontana.

Allora forse il libro non è soltanto un piano sequenza individuale, ma anche una specie di metafora italiana. Un paese che si indigna e punisce per un’immagine osé, e che cannoneggia la folla o lascia impunita una strage.


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